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La situazione

A un anno dalla Riforma Gelmini, l’Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, ha tracciato un quadro della situazione di assegnisti e ricercatori a tempo determinato negli atenei. La loro condizione è sconfortante: pochi ricercatori senza alcuna prospettiva di carriera accademica e tutela nell’università italiana.
Il precariato “in ingresso” è diventato strutturale mentre la stabilizzazione per la maggior parte delle nuove leve della ricerca diventa una chimera.
Facendo un’ampia ricognizione sulla consistenza effettiva dei precari della ricerca e della didattica, un numero che spesso sfugge alle statistiche ufficiali, l’Adi riporta un dato allarmante: nell’ultimo anno i ricercatori precari sono passati da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). Questo significa che quasi ventimila precari che lavoravano con un contratto annuale sono stati “espulsi” dal sistema accademico: niente rinnovo e niente tutele.
Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. L’Adi stima che l’85% degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria.
Un altro dato preoccupante riguarda la diminuzione delle borse di dottorato e la percentuale di posti di dottorato senza borsa dopo l’abbattimento del tetto del 50% che ha portato a una sostanziale deregulation negli atenei. Analizzando i dati relativi a un campione di ventisei università statali, negli ultimi quattro anni il numero di borse bandite è sceso da 5.701 nel 2009 a 4.229 nel 2012 (con una riduzione del 25,8 percento).
Nell’ultimo anno la situazione varia moltissimo da un’università all’altra: se Trieste ha incrementato le borse del 17,4% (portandole da 109 a 128), Catania le ha invece drasticamente ridotte da 251 a 48 (con un taglio netto dell’80,9%). Complessivamente, però, il trend è negativo.

L’annosa questione dei dottorandi senza borsa, introdotta nel 1998, interessa ormai un terzo del totale dei dottorandi che, al contrario dei loro colleghi borsisti, non vengono retribuiti per l’attività di ricerca svolta negli atenei, devono pagare le tasse universitarie e spesso non hanno accesso ai fondi per la mobilità, necessari per partecipare a conferenze, incontri a convegni. Senza contare il fatto che, in assenza di una famiglia alle spalle che possa sostenerli durante il percorso, i senza borsa sono costretti a svolgere altri lavori per potersi mantenere, con ripercussioni negative sull’attività del singolo dottorando e un diminuzione generale della qualità della ricerca nell’intera università italiana.

Come sottolinea l’Adi, i dati dimostrano chiaramente come il sistema universitario si stia ridimensionando nel suo complesso: diminuiscono i posti di dottorato, diminuisce anche il personale strutturato e decine di migliaia di precari vengono espulsi ogni anno a causa del blocco del turn-over. Tanto che le università, per far fronte a questa emorragia, hanno ampliato la platea dei dottorandi senza borsa e puntano sul precariato-spinto: i dipartimenti che possono attingere a fondi esterni si rifugiano nell’utilizzo di contratti precari, quali assegni di ricerca e finti collaboratori, che sono e rimarranno esclusi da ogni tipo di tutela e di welfare, anche con la Riforma Fornero-Monti.  

Data: 29/03/2012
Fonte: Redazione

Data di pubblicazione: 04/10/2013 11:49
Data di aggiornamento: 04/10/2013 11:53