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Senza lavoro e discriminati

Pagare cara, una colpa non propria. A chi perde il lavoro, capita anche questo. Capita di trovarsi a fare una vita sempre più complicata, senza averne alcuna responsabilità. Sì, perché, se hai perduto il posto, soprattutto di questi tempi, non dipende certo da te.


Eppure, quando si tratta di andare a cercare un nuovo posto, se sul curriculum hai scritto che sei senza un lavoro o che il tuo ultimo risale a qualche mese fa, allora le cose si mettono male e la possibilità di venire assunto diminuiscono di un bel po’. Anche se, a guardare con attenzione, non c’è nessuna ragione logica. Chi perde l’occupazione. Il tema è di grande importanza e attualità. Basti pensare che in Italia ci sono 2,8 milioni di disoccupati, dati Istat primo trimestre 2012.


Un poco più della metà (1,5 milioni) ha perduto un impiego. Altri 600 mila provengono dalla fila degli “inattivi” e “solo” 717 mila sono in cerca di prima occupazione. Non solo, l’aumento tendenziale dei senza lavoro è dovuta in circa due terzi dei casi, proprio a quanti hanno perso la precedente occupazione. Le chance limitate. Purtroppo per molti, al momento delle selezioni, in quei pochi casi in cui si riesce a essere chiamati, le cose non vanno come dovrebbero andare. Forse è anche per questo. Per questa ragione irragionevole.
Le opportunità di ciascuno di trovare un impiego, secondo quanto trovato da due ricercatori dell’Institute for Research on Labor and Employment della University of California, sono di fatto condizionate, e limitate, non solo dalle proprie competenze e qualificazioni, ma anche dallo status di occupato/disoccupato. E non sembra contare troppo la durata, alle volte basta poco, anche un mese, per cambiare in maniera decisa la “percezione” del datore di lavoro.
La ricerca è stata pubblicata, non su un bollettino dei lavoratori, ma sull’ultimo numero dell’Acadamy of Management Journal, una di quelle riviste dove si analizzano i segreti del management e che il Financial Times ha considerato qualche anno fa tra i migliori magazine tematici del settore. Uno dei luoghi, quindi, in cui si discute, non tanto dei diritti dei lavoratori, quanto piuttosto su quali siano i modi più efficaci per rendere economicamente profittevole un’azienda.


I risultati sarebbero il frutto di tre diversi studi sperimentali che hanno coinvolto professionisti dell’ambito delle risorse umane, studenti e gente comune. A essere chiari e espliciti sono soprattutto i risultati del primo esperimento, quello con i responsabili dei processi di selezione, quelli che decidono se una persona può o meno essere assunta. A tutti i partecipanti, gente d’esperienza che era nel settore da più di 13 anni, era stato chiesto di analizzare un curriculum per una selezione in cui si doveva scegliere un marketing manager.
L’esperimento e la discriminazione. Tutti hanno ricevuto esattamente lo stesso curriculum. A cambiare era solo un piccolissimo dettaglio: se si era ancora assunti o meno. Nella metà dei casi, i responsabili del personale si sono ritrovati un cv dove era indicato che il candidato era attualmente ancora impiegato presso la propria azienda, mentre all’altra metà dei selezionatori era stato indicato che l’ultimo giorno di lavoro di quel candidato risaliva al mese precedente.


I nodi sono venuti al pettine quando è stato chiesto ai selezionatori di dare un voto alle competenze e livello di “assumibilità” del candidato da un minimo di 1 a un massimo di 7. Sia nella prima categoria che nella seconda, la differenza è stata evidente.
Quanto alle competenze, seppure identiche e appartenenti allo stesso candidato, al cv dell’”assunto”, il voto è stato di 4,08 mentre per quello del “disoccupato” da un un mese è stato di 3,2. Ancora più evidente lo scarto quando si è tratto di dare un voto all’”assumibilità” del candidato. Se nel cv c’era scritto che il candidato aveva ancora un impiego il voto è stato di 3,24 mentre se nel cv c’era scritto che aveva perduto il posto da un mese il voto era solo di 2,24.


Di fatto candidati con buoni curriculum vengono penalizzati per qualcosa che non riflette del tutto la loro abilità a contribuire alle sorti dell’azienda. Viste le differenze evidenziatesi anche in un caso in cui l’attenzione era concentrata su un solo curriculum, gli autori dell’indagine ritengono che probabilmente in una situazione reale, con alti volumi di cv, il rischio di procedere in maniera “grossolana” sia ancora più elevato. Forse, hanno concluso i ricercatori, proprio in tempi di elevati livelli di disoccupazione, i datori di lavoro dovrebbero riflettere con più attenzione.
Se vogliono davvero individuare le persone che davvero possono contribuire alle sorti della propria azienda, e a rispondere al meglio alla crisi, faranno meglio a non farsi condizionare da quella piccola differenza (occupato/disoccupato) e guardare a quel che più conta davvero.


Tratto da: MioJob di Repubblica, Federico Pace, 12 settembre 2012.

 

Data di pubblicazione: 01/10/2013 15:14
Data di aggiornamento: 02/10/2013 15:23